L'AMORE INDIFFERENTE: GUARDAMI!. Torno oggi a raccontare l'amore in questo blog che nasce dal mio ultimo libro, AMORE MIO TU SOFFRI. Inutile nascondersi dietro a un dito: l'amore patologico a noi piace. Cognitivamente lo odiamo, ma poi quando è finito ci manca più dell'amore stesso. Soffrire per amore è uno dei maggiori accessi alla felicità perché dà il senso delle cose. Meglio non soffrire, questo è certo, ma anche un amore sereno, felice, si appiattisce e finiamo per esserne stanchi, quasi provati, deboli. La noia, sentimento di intelligenza incantata, sembrerebbe essere il più grande nemico dell'amore, quando l'amore vuol dire sentire e la noia appare dire "non sentire!".
Ieri sera, a cena con un'amica, abbiamo toccato questi argomenti e abbiamo distinto la noia dall'indifferenza, che è quella che, dopo un certo periodo trascorso insieme "amandosi" o anche solo a causa del carattere di uno dei due partner, l'uno dà all'altro. Lei mi ha detto: l'indifferenza è una forma di violenza, mentre le parlavo della sofferenza di non essere visti in una coppia, di non essere stimati, ammirati, seguiti, ascoltati, bensì essere "solo amati". Che fortuna!, direbbe qualcuno: eppure no. Dare indifferenza o farla provare è una violenza melliflua, mi diceva, poiché è lì ma non la si può accusare, è come uno sgambetto, non un pugno. Le ho dato ragione. C'è chi pagherebbe per "sentirsi amato", senza calcolare che amare non include necessariamente amore: l'amore si presenta con l'amare, certo, ma è "di più", è vedere, ascoltare, abbracciare, coccolare, guardare, modulare, sapere, partecipare.
Stamattina ascoltavo una conferenza di Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo all'Università di Padova (a questo link) che, parlando della neuroplasticità del cervello, indicava la necessità delle carezze in un senso molto ampio: conoscerle innanzitutto, ed impiegarle per far sì che ciascuno possa vedere il futuro non come l'attuale ansia o angoscia suggeriscono, contro le quali il cervello cognitivo non può nulla e che mettono a rischio la salute dello stesso individuo, bensì nel senso di una iniezione preziosa di ossitocina. Inutile dire: "Non soffrire!", "Non temere!", "Il tuo cervello deve far sparire i tuoi attacchi di panico!", perché è impossibile per la nostra struttura cognitiva, che impiega anni per imparare anche solo a parlare, avere potere sulle strutture che comandano le emozioni, le quali hanno milioni di anni evolutivi in meno: è la dimensione di potere che avrebbe una pozzanghera rispetto a uno tsunami.
Ma un modo c'è. Basterebbero trenta secondi di carezze per alleviare una persona da un dramma: il sistema neurale comanderà all'amigdala di produrre l'ossitocina perché avvengano tutti i meccanismi di cura. Quando non si può accarezzare, è sufficiente anche solo guardare, modulare il tono della voce, svolgere azioni empatiche - è in questo modo anche che devono dirsi i "no". Così nell'amore. L'indifferenza nuoce; non si può smettere di carezzare, guardarsi, parlarsi con toni dolci e modulati. Non si può dare indifferenza o si deve ripensare l'amore (non c'è o non è buono). Bisogna mettere complicità nel rapporto per affermare un amore grande, immenso, meno doloroso di altri; serve dialogo, il vero e proprio colloquio, il ricevimento dai professori in cui la coppia parli senza timori della coppia stessa e ciascuna delle due parti sia in grado di dare e avere senza urla, minacce, paure (che, altrimenti, rimarranno nel cervello neuroplastico ad interpretare il futuro).
Il dolore dell'indifferenza dell'altro alle volte è talmente irriconoscibile da far sentire in colpa chi lo prova: quella sensazione di insoddisfazione, di angoscia, di flebile paura ogni volta che si voglia dire qualcosa. Tornare a casa con una pagella piena di 10 e sentirsi dire: "Hai fatto il tuo dovere", questo avviene anche in amore, quando l'uno non si interessi degli interessi dell'altro, delle sue conquiste, delle sue vittorie, ma metta al centro della vita di coppia le proprie. Questo amore va ritoccato. Entrambe le parti devono rendersi conto non solo dei propri limiti, ma anche dei punti che convergono in un insieme, ossia della loro sconfinatezza d'amore. Il male di indifferenza deve poter essere dichiarato e accolto senza che nessuno si arrabbi. Se è difficile, se si litiga, è utile il ricorso a un mediatore, uno psicologo, ma non si lasci questo scomodo parassita così, a tormentare, a mietere.
La solitudine è qualcosa di estremamente positivo, che deve essere incentivato come meccanismo di sopravvivenza e di amor proprio; ma se la solitudine si sperimenta all'interno di una coppia, ossia di un duo, essa diviene presente, pressante, un meccanismo di difesa totalmente corroborante destinato a logorare l'amore. Si provi a ballare insieme, con della musica che piaccia ad entrambi; si cucini insieme, anche se uno dei due non sappia farlo; si provi a camminare mano nella mano, l'uno insegni una cosa all'altro; si facciano domande e si rimanga ad ascoltare la risposta e darvi seguito; si diano baci qua e là nella giornata, sparsi, senza ragione; si stimoli il sesso, che stimolerà a sua volta l'amore. Ma non si resti soli ad essere soli, la solitudine non è amore, non è coppia, non è due.
"AMORE MIO TU SOFFRI". Riapro questo blog per intitolarlo al mio ultimo lavoro, il libro AMORE MIO TU SOFFRI uscito il giorno di San Valentino di questo anno 2025, e al prossimo in uscita, la raccolta di poesie AMOR-TE che nei prossimi giorni sarà in libreria. Con la semplicità del blog (più difficile un libro) intendo approfondire ancora di più l'argomento ed intrecciare le maglie dell'amore doloroso per farne un pullover caldo da indossare.
Non v'è nessuno che, anche solo per un attimo, non abbia sofferto per amore nelle sue varie declinazioni, non abbia detto "chi me lo fa fare", non abbia chiesto a un proprio amico "tornerà?", non abbia mentito per coprire marachelle o errori sensazionali. Non v'è nessuno che non si sia svegliato un giorno parlando di "panico", anche se per panico si intendono, a seconda di chi lo sperimenti, mille cose diverse, di cui affronterò le realtà. Non v'è persona che non abbia detto "amare mai più". Un blog sull'amore patologico, perché?
Seguendo le argomentazioni del mio ultimo libro, un saggio sull'amor che soffre attraverso il quale - con parole complicatissime, frutto di un flusso di coscienza, praticamente illeggibili (le mie) e parole di prima intuizione, romantiche, sofferte, dei vari poeti e scrittori che si sono soffermati sull'argomento - ho tentato di produrre una lista (non esaustiva ma) descrittiva degli amori più dolorosi.
Iniziando dal numero uno, l'indefesso amor tradito: non c'è cosa peggiore, per chi ama, del tradimento. Esso è qualcosa che non si può affrontare se non abbandonando la relazione oppure, nel caso contrario, permanendovi ma solo con la complicità dell'amato traditore che, però, difficilmente si presterà a mettersi in gioco, nonostante il suo errore. Un errore che questiona l'essere stesso dell'amore e che, per questo, è molto pericoloso per la coppia. Si passerà poi a sindacare l'amore ossessivo, l'amore dipendente, l'amore crocerossino, finanche l'amore dell'amante e tutti quei tipi di amore che fanno soffrire, fino a giungere al vero numero uno, il più orribile e complesso di tutti: l'amor proprio. Perché è così: l'essere che noi facciamo più difficoltà ad amare è proprio "sé", quell'insieme di dolori ed emozioni contraddittorie che faticano a mettersi davanti a tutto il resto e, così, non permettono all'amor proprio di avere il sopravvento su un'ossessione, una dipendenza, un tradimento, ma lo destinano a un luogo di perdizione.
Da oggi racconterò tutto ciò che sentirò e vedrò sull'amore, mio e di altri, una sorta di LOVE AND THE CITY che poco ha a che fare con il sesso perché, paradossalmente, spesso è proprio dall'assenza di sesso che le complicazioni hanno inizio e si comincia a non distinguere più tra amore e dipendenza. Qualcuno ha detto, qualcuno ha ripetuto, qualcuno fino alla nausea ha imposto: "Ama prima te stesso, solo poi sarai in grado di amare l'altro". Non sono del tutto d'accordo. Amare se stessi può partire anche dall'amore per l'altro dal quale si apprende proprio ad amare, una bomba di neuroni specchio pronta ad esplodere se scossa bene, come amor proprio vuole. È il dialogo estremo tra i partner che può sostituirsi allo "stai da solo, meglio". Stare da soli è buono. Non credo che nella vita si debba necessariamente stare in coppia. Sono più della visione descritta anche in Tremila anni di attesa (Three Thousand Years of Longing), diretto da George Miller, che ho visto ieri sera: tanto in quella di Alithia, la protagonista solitaria che dopo un tradimento e la fine della sua storia con Jack decide di rimanere sola in eterno, quanto in quella dello stesso genio, imprigionato in una lampada, che ogni volta che ne esce si innamora di chi l'ha strofinata che, però, non lo libererà mai perché, paradossalmente, è più difficile esprimere i desideri che averne e basta.
Per oggi chiudo qui questa breve introduzione sull'amore sofferto come l'ho visto nei miei libri e come lo sento ogni giorno che, sempre di più, soffro per amore. Perché c'è anche da dire questo: l'esperienza non consente di crescere, come in altri campi, piuttosto sembrerebbe che più ci si faccia male più si sarà in grado di farsi ancora male, contro tutto e tutti coloro che dicono: "Non puoi tornare a soffrire come nell'ultima storia", con il corollario di un'affermazione mistificante di quel povero noi stessi che non riesce a non dire: "Ma questa storia è diversa!". E sì, sono sempre diverse ma alla fine sono tutte uguali, il dolore non si impara, piuttosto permea l'animo umano ed il corpo stesso, induce ad affezionarsi ad esso e a dire, quando torna: "Quanto mi sei mancato!", perché provarne non è poi così male. Sì, "si vive una volta sola", "stai sprecando gli anni più importanti della tua vita", ma intanto essi passano e l'amore resta, prima per l'uno, poi per l'altra, mai per se stessi.
Senti, non sarà forse l'istinto di conservazione a salvare l'onta di contraddizione che traduce in neve il mare e sintetizzando il sale lo fa friggere in padella per saltare una patata come in una zuccherata cortesia, e in cucina il tempo ammina ogni mio desiderata? Senti, non sarà forse un'orata a parlare dei pinguini mentre il vecchio pescatore crede solo nei delfini? Questo dico: ogni tanto anche un pesce pensa al freddo, rompe il ghiaccio, si ripara nel fondale e lì pensa alla Groenlandia - sarà grande, sarà come descriveva il nonno squalo? - che curiosità l'amore quando l'ignoranza duole.
La sua scatola portagioie porta gioie solo quando è chiusa, ma quando è chiusa lei non può ballare: che gioia è?
A proposito di scatola armonica, la mia: quando la chiudi, la
ballerina che rotola su se stessa si piega in due e non si sa più che
fine fa e questo mi ha sempre dato soddisfazione. Pensa questa scema,
naso contro i guanti e i gioielli, in apnea totale, si gonfia tutta si
gonfia, sudando come un bestia nel corsetto, urlando come il brutto
genio nella lampada: «Apri la scatola, voglio ballare cazzo!». Ma chi
sei, le dico, ma chi ti conosce. Ma ti pare, una ballerina dentro casa.
Ne serviva giusto un’altra di narcisista. Inscatolo e metto qualcosa di
forte, che si addica al mio stato, Marilyn Manson, «Se non posso averti,
non potrà nessuno». Se io non posso averti, ballerai a comando. Ora
voglio stare per conto mio, la chiudo abbarbicata nel suo stupido tutù.
Ho sempre odiato le cretine che non sanno aprire la loro scatola da
sole. Per di più rosa.
Perché non mi sono fatta un orologio a cucù, dico io, delle bestie
puoi fidarti molto più che delle donne. Avevo questo carillon come si
hanno i carillon: non si sa perché. Stanno lì, da parte, li ricordi
dall’infanzia ma non potresti mai dire chi li ha messi lì. Sarà stata
l’amante di qualcuno dei miei nonni, zii, di mio padre, di una cugina
gay non dichiarata o chissà. Questa stupida ballerina, quando apro,
mostra di sapere della vita. Di me. Perché mi colpisce tutte le volte,
esce come se io non sapessi. Mi sorprende. Ma gira sotto lo sprone della
mia carica e questo non va: voglio un carillon indipendente, una
ballerina che mi faccia danzare. Che esca dalla scatola mentre dormo.
Adoro questa sequenza, London’s Bridge is Falling down,
canzonetta in voga nelle scuole materne inglesi dal 1744. Nel 1013 il
London Bridge fu fatto bruciare da re Edredo d’Inghilterra e dal suo
alleato norvegese Olav II per dividere l’esercito degli invasori danesi
di re Svein Haraldsson; Snorri Sturluson nel 1225 scrisse la Saga di
Olav Haraldson. Come lo ricostruiremo, my fair lady? Il ponte sta crollando, signora. Ma lei ha gli occhi distrutti dal
panico. Conosco quegli occhi. Prendo la chiave e la rinchiudo con le
gioie. Lock her up, Lock her up. Cessa di crollare il ponte, la mia
ballerina riposa riversa sulle collanine. Il panico è passato, è più
tranquilla ora ma la sento, sento le mie collanine e gli orecchini fare
dling dling, come una scossa di terremoto minuscola che è la mia
ballerina tremante. Ricostruirò questo ponte rosa mentre la scatoletta
trema. Poi si calma. Dev’essersi addormentata. Da carillon a carilloff.
Passano i mesi e la riapro. Ballerina come stai? La tua serotonina? E
l’amigdala, l’hai regolata intanto? Esce fuori, assonnata. Ha
dimenticato del ponte, poi quel lampo nei suoi occhi cerulei, due
puntini senza pupille. No, non è crollato. Ma fregatene. Sei al riparo,
sei con me, sei nella scatola del carillon. Ballerina, tu balla,
fregatene del ponte. Fai ciò che più ti piace, la felicità, esci dalla
scatola. Mi guardi, come a dire: gira. Ho paura di farti girare, perché
ho paura che avrai paura di nuovo. Lock her up. Ruoto velocemente il
meccanismo. Lei ha le unghie curate, il trucco è leggero. Tende al cielo
allungando le braccia e indica me.
Mi accorgo di meritare un uccello che esce fuori dall’orologio ogni
12 ore e fa cucù. Ne Il Silenzio degli Innocenti c’è un carillon come il
mio nella stanza di una vittima di Hannibal Lecter. Questa scatoletta
rosa piena di oche e fru fru accanto ai pezzi d’uomo di una cena
avanzata si addice di più al mio crescere. Sapere che anche la scatola
più rosa fuori è nera. Cari, on. Cari, off.
London Bridge is falling down, balla, soffre ma balla, un
po’ trema. Rallento. Sta sudando di nuovo. Ha le mani fredde. Le sposto
una collanina che le si è incastrata tra i piedi, delicatamente le
pulisco la scatola delle gioie e intanto lei volteggia, mi guarda, lei
che porta gioie e non sa dove siano, le gioie. Trema più forte. Il ponte
sta per crollare, vedo che già non riesce più a concentrarsi sui suoi
passi. Le sta tornando il panico. Non era stupida, ma terrorizzata. Il
terrore che venga a mancare la terra sotto i piedi, che è il terrore di
volare. La paura che ogni volta, danzando, il ponte crolli. I sensi di
colpa. Qualcuno che la osserva da fuori. La sua scatola portagioie porta
gioie solo quando è chiusa, ma quando è chiusa lei non può ballare: che
gioia è?
Allora prendo e giro la rotella a sinistra, la faccio al contrario
tutta quanta così il ponte è ricostruito. Le si illuminano gli occhi. Da
cerulei a veri. Non ci avevamo mai pensato. Balla, senza paura balla,
ci sono io qui fuori, io ti conduco, tu balla e ricostruisci questo
ponte. Fra poco richiuderò il portagioie. Ma sai che lo riaprirò, ti
caricherò e ti farò girar la testa, ti condurrò in un ballo dolce fino
alla fine della notte. Sai che, mentre la tua scatola sarà chiusa, io
non comprerò nessun orologio a cucù e spolvererò la tua scatoletta. (Romina Ciuffa)
C'è chi mi chiede di parlare di Renzi, chi di Gentiloni, chi di Grillo. C’è chi vuole un articolo sulla Raggi e sul degrado di Roma. Mi hanno consigliato di scrivere della denatalizzazione e delle nuove statistiche sul crollo demografico. Ciascuno mi ha, in cuor suo, dettato un articolo intero: esigenza estrema di dire la propria, necessità di parlare di tematiche di interesse generale che io potrei a mio modo svolgere. Dentro di me mi sentirei, lo dico sinceramente, di parlare della morte di George Michael, simbolo di un’intera generazione che vola via, forse vittima di un suicidio. Mi sentirei di parlare dell’abuso dei nuovi network, che nuovi non sono più, e di come siamo manipolati dalla «sindrome della spunta blu» di WhatsApp, delle nevrosi che ne conseguono, dei danni neurologici, psicologici e somatici che la comunicazione «smart» ha introdotto e indotto. C’è chi mi chiede di parlare del terrorismo, dell’Isis, dei foreign fighter, di Trump, di un 2016 bisestile che, a quanto sembra, ha fatto più vittime che carnefici. Lo farò. Ma poiché anche io ho delle richieste da farmi, oggi ho deciso di scrivere una lettera al direttore: una lettera a me stessa.
«Caro direttore,
Le scrive un’accanita lettrice di Specchio Economico. Sono anni che vi seguo, con voi entrando nel mondo delle realtà aziendali e istituzionali, leggendo dalle vostre righe le parole di chi questo mondo lo crea e lo distrugge. Sono una quarantenne plurilaureata, mi ritengono una persona sensibile, mi definiscono geniale, ma quando invio il mio curriculum in giro mi tacciano: ‘overqualified’. Ne ho interpretato il timore di avere tra i piedi una lavoratrice troppo preparata, che potrebbe avanzare pretese. Ne ho letto una profonda crisi del sistema, che anziché premiare gli studiosi e i lavoratori li teme. Non mi soffermerò, in proposito, sull’infelice frase del ministro del Lavoro Giuliano Poletti sulla fuga dei cervelli («Conosco gente che è bene sia andata via, questo Paese non soffrirà a non averli tra i piedi»). Mala-educazione che imperversa, disattenzione verso gli altri, disintegrazione dell’umanizzazione. C’è un Bastian contrario che abita questo Paese dissestato.
Il 2016 è stato un anno di perdita per gran parte di noi. C’è chi ha visto morire i propri cari (personalmente ho appena perso il mio più caro amico, Francesco, finito fuori strada in moto sulla via Salaria a causa di una buca - capitolina, capitombolina, capitolare - che il giorno dopo, come da tradizione, è stata subito ricoperta). Ci sono state bombe e persone esplose, altre inesplose, gli attentati sono all’ordine del giorno e a Capodanno - tralascio le polemiche sul divieto romano di fare i botti tradizionali, che peraltro condividevo - ho festeggiato nella mia taverna, in pieno centro a Roma, davanti al camino. Glielo dico per raccontarle un aneddoto che si è verificato. Due invitate mi hanno chiamato terrorizzate informandomi della loro rinunzia a venire. Spiegavano: giunte davanti al portone, hanno visto un arabo gettare una borsa sotto una macchina. Lo hanno fermato, ma lui è scappato alla velocità della luce. Si tratta di due persone di elevato spessore culturale e sociale: lungi da loro ogni riferimento ad una fobia spicciola da uomo di strada o alla stereotipicità del pregiudizio. Hanno chiamato i carabinieri, poi mi hanno avvisato: per la paura che tale pacco contenesse una bomba, preferivano rientrare a casa. Le ho tranquillizzate: c’è un carabiniere a casa mia, risolviamo tutto (per dovere di cronaca, i carabinieri chiamati non sono mai arrivati). Nella mia temerarietà, ho passato al setaccio tutte le autovetture parcheggiate davanti al portone fino a trovare una borsa di Chanel del valore di circa mille euro; senza dubitare l’ho aperta e vi ho trovato moltissime carte di credito e documenti: apparteneva ad un medico libanese iscritto all’Università americana di Beirut. Il carabinere presente al mio veglione ha fatto il resto, risolvendo la situazione. Le due invitate hanno partecipato alla nostra cena.
Solo poco dopo, sono uscita nuovamente dal portone e ho trovato un italiano ed una spagnola nudi, alle prese con un rapporto sessuale completo in mezzo alla strada, in pieno centro storico. Li ho dapprima fotografati, poi ho detto loro che avrebbero potuto continuare indisturbati.L’uomo si è alzato e mi ha proposto in maniera aggressiva un rapporto sessuale. Ha insistito violentemente. Ho declinato, lui si è alterato ancora di più e ha detto a lei, a gambe aperte, ‘torniamocene al locale’. Per le strade v’erano solo ubriaconi, il centro di Roma era paragonabile ad un settore del Risiko, oltre a ciò pericoloso, indegno, sporco, violento, viziato. Con questa mia lettera, caro direttore, vorrei solo che lei sapesse che, sia pure le tematiche delle aziende e dello stato della politica siano rilevanti, c’è un mostro che adombra le nostre città. E quello non sono io, sia pure ‘overqualified’.»
Cara lettrice, farò riferimento al mito della caverna di Platone: prigionieri convinti che le ombre che vedono siano la realtà. Ammesso che uno di essi riuscisse ad uscire dalla caverna, le forme portate dagli uomini verso l’esterno gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; se gli fosse indicata la fonte di luce, egli rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, il sole, le stelle, preferirebbe volgersi verso le ombre. Poi, finalmente capace di fissare la luce e di comprendere il valore del sole e della verità, avrebbe un sussulto pietoso: rientrare e liberare i compagni. Ma dovrebbe riabituare la vista al buio per rientrare nella caverna e riconoscere i compagni, dai quali sarebbe deriso per i suoi occhi rovinati, in una temporanea inabilità che non gli consentirebbe, nell’immediato, di spiegar loro il senso di realtà provato. Platone giunge ad immaginare che questi ultimi possano essere mossi da un istinto omicida nei riguardi dell'amico "illuminato" pur di non subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita necessaria ad ammirare le cose descritte.
Parafraserò ciò che lei descrive in questo modo: la nostra, o piuttosto la «loro» Italia, è una caverna. Il mio augurio più forte è quello che lei, almeno lei, riesca ad uscirne, come fece il filosofo, per vedere la luce. Il ladro di Chanel, i due ninfomani ubriachi, l’assenza di controlli: quelle non sono che ombre. Uscendo dalla caverna le dirò ciò che vedo, la realtà: la sparizione della civiltà, l’adeguarsi ad una maleducazione sessuale e sentimentale, la pericolosità di uno Stato che non tutela i cittadini. Non mi venga a dire il ministro Minniti che lo stragista di Berlino è stato trovato in Italia grazie agli sforzi compiuti dalle Forze dell’ordine: è stato un caso. Le auguro, cara lettrice, di abituare gli occhi quanto prima ad una nuova luce, e di uscire dalla caverna senza nemmeno raccogliere i suoi quattro stracci. Fuori ci sarò io ad attenderla: ma il suo amico Francesco dalla Giunta Raggi non potrà riaverlo.In Italia gli attentati ce li facciamo da soli.Romina Ciuffa
di ROMINA CIUFFA, psicologa.Il conflitto, quello che tutti abbiamo dentro. Niente di nuovo per nessuno di noi: il dubbio, lo stress decisionale, spesso l’angoscia. In psicologia il conflitto consiste nella presenza di assetti motivazionali contrastanti rispetto ad una meta. Di «oggetto-meta» aveva parlato il sociocognitivista Albert Bandura nel definire l’autoefficacia. Il gestaltista Kurt Lewin, fautore della teoria del campo, dà rilievo all’interazione tra persone e ambiente per studiare il comportamento - nella relazione C=f(P,A) ossia il comportamento come funzione di persona ed ambiente - analizza le valenze che possono essere date ad un determinato oggetto meta o a più di essi. Lewin definisce il conflitto come una competizione tra istanze affettive ed avversive, distingue tra conflitti adienti ed evitanti, o doppiamente adienti e doppiamente evitanti, a seconda che si presentino due tendenze appetitive (avvicinamento-avvicinamento), due avversative (evitamento-evitamento), una appetitiva e una avversiva (avvicinamento-evitamento), ossia due più tendenze che siano in sé sia appetitive che avversative, o più di due (doppio avvicinamento e doppio evitamento): è questo il caso delle mete ambivalenti.
In tutte queste ipotesi, sempre presenti e in modo molto complesso ed evidente nella realtà quotidiana, il soggetto tenderà - quando non a bloccarsi (è l’esempio dell’asino di Buridano) - a risolvere in un senso o nell’altro, quindi a predisporsi in modo da esaltare l’obiettivo scelto e denigrare quello trascurato per non tornare in conflitto, dunque semplificando solo determinati aspetti dell’oggetto-meta e mutando la propria posizione cognitiva ed emotiva. Ciò non avviene sempre, e il soggetto può tanto ritirarsi dalla decisione quanto oscillare nevroticamente tra le varie ipotesi.
Fu il russo Ivan Pavlov, lo stesso che studiò le reazioni del cane in ambito comportamentista, a compiere studi sul conflitto eccitazione-inibizione negli animali in una situazione di nevrosi sperimentale indotta, in cui verificò il presentarsi di situazioni di turbe generali di ansia e disturbi alimentari, turbe nei rapporti sociali, manifestazioni psicosomatiche. Nell’uomo tali reazioni sono molto più evidenti, in un repertorio più ampio di sintomatologie.
In ambito psicanalitico, il conflitto riveste un’importanza primaria: Sigmund Freud lo colloca tra istinto di vita e istinto di morte (Eros e Thanatos), tra Es e Super Io, tra principio di realtà e principio di piacere, e contrappone il conflitto manifesto ad un conflitto latente. Gli elementi manifesti, se presenti, svolgono una funzione di copertura dei conflitti latenti, con implicazioni di rilievo che includono lo sviluppo di psicopatologie anche molto gravi, cui Freud risponde con l’interpretazione dei sogni, le associazioni libere, il transfer, l’ipnosi, tecniche utili a far emergere le cause inconsce che il soggetto soffoca con meccanismi di difesa a partire dal più dirompente, quello della rimozione, non sufficiente ad eliminare il conflitto se non a livello conscio.
Tra i cognitivisti, l’americano Leon Festinger si è espresso elaborando il concetto di «dissonanza cognitiva», quello stato generato dall’incoerenza tra due credenze od opinioni contemporaneamente esplicitate che si trovano a contrastare fra loro. Distinguendo dissonanze cognitive per incoerenza logica, per tendenze comportamentali del passato, per costumi culturali rispetto al contesto di riferimento, sostiene che un conflitto possa risolversi in tre modi: la modifica del comportamento, la modifica dell’atteggiamento o la modifica dell’ambiente. È il caso di colui che, disprezzando i ladri, acquisti un prodotto ad un prezzo tanto basso da non poter non pensare che esso provenga da atto illecito. Tale conflitto può risolversi attraverso una modifica cognitiva della credenza: smettere di disprezzare i ladri, o intervenendo sul comportamento: non comprare, in questo esempio essendo difficile mutare la situazione ambientale. È anche il caso del consumo di sigarette: colui che le assume sa che danneggiano la salute, dunque può smettere di fumare ovvero proseguire dando peso alle probabilità (solitamente valutate con euristiche alla Kahneman - routinarie, molto efficienti, poco consapevoli, automatiche e tendenti alla semplificazione - e non con algoritmi complessi come la formula di Bayes, anche detta teorema della probabilità delle cause) che fumare non sempre uccide, e che si tratta di un comportamento che molti hanno fino a tarda età senza riscontrare problemi incisivi, accettandone così anche il rischio. Festinger ricorda Fedro, che conclude la favola della volpe e dell’uva con un aggiustamento cognitivo: «Tanto era acerba». Importanti i suoi esperimenti su comportamenti compiacenti e ricompensatori.
È il canadese Daniel Ellis Berlyne a contraddire gli altri studiosi quando parla di una marcata motivazione al conflitto che spinge l’uomo in tale direzione. Le proprietà collative degli stimoli, ossia la presenza di elementi di novità ed incongruenza con le precedenti conoscenze determinanti per l’attività cognitiva, attengono al confronto e possono essere messe in relazione con l’incertezza: un confronto con situazioni nuove e complesse porta ad un innalzamento dell’arousal, il livello di attivazione dell’organismo, e conduce all’esperienza che Berlyne ha chiamato «conflitto concettuale», che può aumentare eccessivamente l’arousal stesso. Con l’esplorazione specifica è possibile ridurre tale arousal, mentre effetto contrario si ottiene con l’esplorazione diversiva.
La teoria di Berlyne a proposito della relazione tra le emozioni e i processi cognitivi ripropone un’idea di Wilhelm Wundt, espressa con la curva di Wundt-Berlyne la quale riassume le relazioni che intercorrono tra arousal e stato emotivo connesso a una data situazione, inteso come valore edonico della situazione dipendente dall’arousal: il valore positivo o negativo delle emozioni è funzione che inizialmente aumenta, quindi diminuisce con l’aumentare dell’arousal.
Il conflitto si manifesta a livello intrapsichico sì, ma anche interpersonale, come nel caso di opinioni contrarie, e spesso a suscitarlo non è un oggetto ma un modello di comportamento. L’appartenenza a diverse categorie genera un conflitto tra ruoli, che viene esaltato dalle diverse regole, spesso incompatibili, da rispettare. Esempio utile è quello tra «testimone» e «amico» nel caso di incidente stradale (il ruolo «amico» mente per avvantaggiare il conoscente, il ruolo «testimone» dichiara il vero ma avvantaggia così lo sconosciuto che è stato urtato): alcuni hanno risposto al quesito conflittuale in termini di ruolo pubblico, altri di ruolo privato.
Un conflitto denso di significati è quello intraevolutivo, nel passaggio da un’età all’altra (peraltro molto ben evidenziato da Erik Erikson), legato alle trasformazioni corporee e alla maturazione cognitiva. A tale conflitto è possibile rispondere con una terapia psicologica affinché il passaggio avvenga armonicamente, sia nei bambini, che passano attraverso «età critiche» più sensibili (per Erikson sperimentando conflitti fiducia-sfiducia, autonomia-vergogna e dubbio, iniziativa-senso di colpa, industriosità-inferiorità), sia negli adolescenti, divisi tra bisogno di contrapporsi alla famiglia con un proprio senso del sé e difficoltà ad accettare la crescita e il distacco dalle figure di accudimento (per il medesimo psicologo dello sviluppo, in tale fase il conflitto è tra identità e diffusione), sia negli adulti (in bilico tra intimità e isolamento contro generatività, poi tra stagnazione e autoassorbimento), sia negli anziani (nel conflitto eriksoniano tra integrità dell’Io e disperazione).
Nell’area clinica l’applicazione riguarda il trattamento delle nevrosi, per cui diventa centrale favorire un processo di consapevolezza ed elaborazione dei termini del conflitto nevrotico. È utile dare una «narrazione», far emergere nel colloquio gli elementi di attrazione e repulsione e favorire un processo decisionale adeguato. L’elemento terapeutico nei colloqui clinici è sempre presente anche quando non si sia stabilito alcun contratto terapeutico ed il clinico non si sia posto esplicitamente nel ruolo di psicoterapeuta. Oltre al colloquio sono utili metodi psicometrici, quali test proiettivi (Rorschach e Tat sono i più utilizzati) che consentono di estrapolare i dati presenti inconsciamente, e test grafici.
Anche i profili di Rubin possono rivelare l’entità di un conflitto, prestandosi a due possibilità di lettura: il soggetto, fissando a lungo le figure, alterna le due percezioni conflittuali sempre più velocemente finché l’immagine non si scomotizza (la scomotizzazione è quel meccanismo di difesa psicotico di negazione inconscia con cui il soggetto occulta o esclude dall’ambito della coscienza o memoria un ricordo penoso, ma anche intellettivamente inteso dalla psicologia cognitiva, la creazione di uno stereotipo ove si eviti di prestare attenzione ad alcuni dati disponibili in un certo contesto, dunque risolvendosi in una reazione alla dissonanza cognitiva attraverso fissazione cognitiva). I profili di Rubin sono conosciuti nell’illusione ottica della figura sfondo-vaso, tipica di conflitto.
Molti sono gli studi compiuti sul conflitto intrapsichico, quel dubbio «amletico» che, se seviziato, non accompagnato, non sorretto, non cognitivizzato, conduce ad una sofferenza talvolta inoppugnabile. Alcuni individui sono più propensi a nuotare nel conflitto, a bloccarsi, con o senza nevrosi conclamata. C’è chi dice che il segno zodiacale dei Gemelli ne sia il più afflitto. Altri sono più orientati ad agire da boia: un colpo secco, e non ci si pensi più (il segno del Toro, nell’esempio astrologico). Non sia però sottovalutato il problema: chi vive nel conflitto finisce per cronicizzarne i sintomi e le conseguenze sono devastanti. È collegato il tema della frustrazione, che approfondirò in un prossimo articolo. Romina Ciuffa
Non che trasparire nasconda le cose, piuttosto le amplifica e rende curiose idee evanescenti di un senso d'amore - quel forte rancore dell'essersi resi invisibili quando si amava - ed intanto riflette su un vetro l'immagine amata lasciata nel retrobottega del "dopo", del "poi ci si vede", del "sei tu la sola che amo ma". Gola, la sola che avrà questo nodo. Parola.
"Morro
dos Prazeres" significa letteralmente "collina dei piaceri". È una
piccola, spettacolare favela a sud di Rio de Janeiro che si staglia a
275 metri, vicino il quartiere bohémienne di Santa Teresa, e da essa è
visibile tutta la Rio più nordica sebbene ancora meridionale, dal Pão de
Azucar al Botafogo, una delle viste più intense della città carioca, la
cidade maravilhosa. Prazeres conta meno di 700 residenti. Il
suo nome è un tributo a Madre Maria dei Piaceri, che tenne una messa
alla base della collina dove una volta era una cappella (oggi v'è un
blocco di appartamenti). Il suo passato non è dorato: è stato un
Quilombo, ossia un punto in cui gli schiavi si rintanavano nel XIX
secolo.
Nel 2008 è stata il set del film Elite Squad, il famosissimo Tropa de Elite.
Non è facile giungervi, ed è parte dell'unità di "Escondinho/Prazeres".
Comunità "pacificata", la polizia vi è entrata e, "teoricamente", la
favela è "tranquilla". Che la polizia entri in una favela e la pacifichi
non vuol dire che la favela sia pacificata. Nella maggior parte dei
casi, pacificação non è affatto sinonimo di pace, tutt'altro: i residenti si sentono più insicuri. Il BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais,
ovvero Battaglione per le operazioni speciali di polizia) tende a
confrontarsi con i cittadini in maniera più dura, ed essi si sentono
paradossalmente più protetti dai narcotrafficanti. I tiroteios
(gli scontri a fuoco) restano, cambiano solo gli addendi: se prima erano
tra narcotrafficanti, poi sono tra narco e polizia, e i residenti sono
meno tutelati. Questa è vox populi. E il povo si
lamenta perché se prima poteva tenere le porte aperte e nessuno avrebbe
rubato né commesso crimini, con l'entrata del BOPE le cose cambiano e
iniziano i furti e gli stupri, non più assiduamente controllati dai
precedenti detentori del potere (molti dei quali in carcere, altri
latitanti, altri ancora nella comunità).
Mi soffermo oggi sul
Morro dos Prazeres, che conosco bene, e ne pubblico il mio reportage
fotografico, a poche ore dal caso di cronaca nera verificatosi alle 11
ora locale dell'8 dicembre: due motociclisti italiani, durante un
viaggio previsto di 35 mila chilometri, dopo una visita al Cristo
Redentore sarebbero entrati per sbaglio nell'area e fucilati. Dal Morro
il Cristo è ben visibile.
Ma non basta un occhio a Dio: il veneto RobertoBardella, di Jesolo, è morto, raggiunto dai colpi alla testa e al braccio; suo cugino Rino Polato (di Fossalta di Piave) si è salvato (dichiara alla polizia locale: "Roberto
mi faceva notare quanto fosse degradato l'ambiente circostante. Ci
siamo resi conto di aver imboccato una strada sbagliata"). Vestiti da centauri, sono forse stati scambiati per poliziotti. "Avremmo
fatto trecento metri, quando abbiamo visto quel gruppo di uomini, tutti
molto giovani, che sbarrava la strada e puntava le armi. Ho sentito un
colpo sul casco e ho visto cadere Roberto che stava davanti. Mi sono
fermato. Sono stato bloccato, strattonato e poi buttato giù dalla moto".
Poi, Polato è stato preso e tenuto per due ore in una vettura bianca,
quindi rilasciato. Il suo telefono, scomparso, è stato poi ritrovato a
pezzi. La Delegacia Especial de Apoio ao Turismo (Deat) lo ha accompagnato al Consolato italiano, e sabato 10 è rientrato in Italia.
Solo.
Un incidente. Ma questo basti a confermare non la pericolosità del Brasile, quanto la pericolosità del turista. Rectius:
la sua leggerezza. Non si creda - è un invito - che le palme bastino a
rendere omaggio ad un Paese che resta emergente, sofferente,
insoddisfatto, povero. I media hanno esaltato le Olimpiadi, i Mondiali,
la Giornata dei Giovani e la presenza del Papa, le buone azioni del
Governo, e mai hanno rivelato gli scandali effettivi che hanno distrutto
intere comunità, l'aumento del costo della vita che ha reso impossibile
la sopravvivenza di molti, l'esistenza di un grande, immenso, giro di
spaccio nazionale ed internazionale. Non si può pensare al Brasile
canticchiando Caetano Veloso, in un localetto fumante ascoltando un
successo di Tom Jobim. Il Brasile non è bossanova. Il Brasile è questo: è
il dolore di famiglie sfrattate, la scarsa educazione,
l'analfabetizzazione. Quando per costo della vita si intende più il
prezzo che vale una vita: ossia, nulla. Un iPhone, una motocicletta, ma
anche solo una decina di reais. Non si visita una favela con leggerezza,
non si cammina nelle spiagge di Jericoacoara di notte da sole, non si
rischia la vita come l'hanno rischiata, e persa, gli ultimi italiani
casi di cronaca nera più recenti. C'è sempre un errore alla base di
tutto questo.
Ho vissuto nella favela della Rocinha e frequentato
tutte le favelas di Rio de Janeiro. Sono stata sempre molto attenta e mi
sono garantita protezione prima di tutto. Sono scampata a sparatorie e i
colpi di fucile li ho visti passare sopra di me che correvo. La favela
non è un Risiko, non è un gioco. Ma non lo è neanche Leblon, non lo è
Ipanema, né Copacabana, che prolificano di ragazzini affamati di denaro.
Bisogna, prima di affrontare un viaggio in Brasile, approntarsi una
preparazione in sociologia, antropologia, psicologia, storia. Solo
allora si potranno capire quelle che al turista medio sembrano le
contraddizioni di un Paese, mentre a me sembrano solo elementi di
coerenza. Sarebbe strano il contrario. Non si entra con una moto in una
favela, regola numero uno. Salvo che non sia una moto della favela. Non si compra maconha (marijuana) nella favela, salvo che non si sia introdotti da un favelado
di quella stessa favela. Non si passeggia allegramente in una favela
con una macchina fotografica a lungo obiettivo, salvo che non si sia
garantita protezione.
Il Morro dos Prazeres è una comunità
colorata, ne danno conto le mie fotografie. Alzi gli occhi e vedi
Cristo. Alcune case sono in vendita. L'atto di acquisto non è registrato
nello Stato di Rio de Janeiro e non risulterà da nessuna parte, se non
nel Registro della Favela. Smettetela di fare i gradassi: la favela non è
un centro sociale. La favela è un luogo fatto di persone vere che
soffrono fame e tubercolosi, che se è vero che non pagano la luce allo
Stato perché hanno i gatos, i fili collegati in ogni punto
dell'area che garantisce loro dell'autoconservazione, questo rientra
nella sociologia del luogo. Cacciati dalla città, i poveracci si
rifugiarono nei morros quando ancora la città non si era resa
conto di quanto valessero quelle colline. Ora sono le più ambite dai
grandi imprenditori, dali politici, dai ricchi. Il gap tra povertà e
ricchezza è tra i più alti del mondo. Ogni singola comunità (favela) ha
una vita a se stante, una storia a se stante, una genealogia a se
stante. Sono attivi progetti e le comunità sono comunità di buoni. Non
facciamoci influenzare dai media. Ma attenzione alla leggerezze.
Eccoli, i colori che ho visto nella collina dei piaceri, dove il pittore è Cristo: al link http://www.riomabrasil.com/morro-dos-prazeres/ (Romina Ciuffa)
Proporrei
delle «quote nere». La problematica dell’immigrazione, fuori dal
discorso politico, è qualcosa che ci riguarda. Siamo a tutti gli effetti
un Paese globalizzato, che non deve solamente fare i conti con il
terrorismo e la manovalanza, gli immigrati che rubano e gli immigrati
che rubano lavoro agli italiani. Dobbiamo riuscire anche noi a
divenire un Paese mulatto. Checché Salvini ne dica, il mondo è fatto di
diversità ed integrazione. Non possiamo azzerarci continuamente parlando
di extracomunitari che uccidono, spacciano, rapinano. Un anti-luogo
comune è quello che vede l’immigrato svolgere mansioni che l’italiano
non considererebbe. Perché, allora, non educare gli extracomunitari con
un programma di sostegno, richiamarli legalmente all’interno del nostro
Paese con borse di studio, fornir loro una formazione adeguata ed un
curriculum di rispetto perché possano prender parte alla vita del Paese?
I fiorentini, i genovesi, i milanesi, i romani, non hanno saputo far
meglio. Perché non «obamizzare» anche l’Italia? Proprio oggi che in
Occidente avanza la minaccia Trump-Salvini, sarebbe il caso di
intervenire. Nessuna donna ha mai richiesto «quote rosa», bensì
l’accettazione delle proprie competenze e la valutazione di intelligenze
flessibili, multidimensionali, femminili. È stato loro assegnato il
colore rosa come si assegna alle bambine e si pretende da queste, prima
ancora che maturino una personalità propria, che si colorino di
delicatezza e gonne. Nel corso della loro formazione hanno dimostrato
parità quando non supremazia nelle posizioni rilevanti: è questa la
modernità. Ora serve una politica per gli scafisti. Inutile bloccare gli
accessi ed inutile dar modo ai media di coprire gli spazi vuoti con
foto di barche affondate e bambini sanguinanti sulle spiagge di
Lampedusa. Inutile bloccare la storia: essa si verifica. Ne è esempio
l’Occidente più occidentale, quello americano, che ha dato mandato ad un
afroamericano di governare per otto anni le sorti del Paese, e nulla si
è potuto avverso l’integrazione. Lo stesso valga per la candidatura di
Hillary Clinton: avrà pur vinto Donald, ma è innegabile quanto dalla
caccia alle streghe sia stato fatto per trasformarle prima in fate,
quindi in donne di comando.
Quote nere, ovvero la possibilità di
assumere candidati provenienti dal fenomeno immigratorio e imparare
dalle loro differenze, da prospettive che giungono da mondi lontani e
possibili, sebbene poveri. Povertà non è sinonimo di terrorismo né di
incompetenza, tutt’altro: dalla povertà nasce la forza più dirompente,
in grado di superare gli ostacoli deteriori cui un miliardario come Lapo
Elkann non è in grado di far fronte, riuscendo addirittura a simulare
un rapimento per ottenere dalla famiglia una somma di (soli) 10 mila
dollari. Questo dà ancor di più conto della necessità di introdurre nel
sistema elementi nuovi, scindendoli dalle dinamiche della criminalità e
della discriminazione, per creare opportunità di crescita nel Paese e al
di fuori di esso.
L’Italia non deve nulla all’immigrazione, a
nessun cittadino «ariano» deve richiedersi di risolvere i problemi
dell’extracomunitario, ma può di certo servirsi di nuove idee e
valorizzare le differenze proprio come è avvenuto nel processo che ha
reso la donna più uomo e le ha conferito posizioni prima d’ora
inimmaginabili. Un istituto di formazione «nera» potrebbe creare un
esercito di buona condotta ed esperienza pronto a lavorare in un Paese
come il nostro che, in ogni caso, si trova a dover integrare immigrati
senza cultura, proprietari di un background doloroso che li rende
sofferenti e, dunque, pericolosi. Salvo prova contraria. Perché, allora,
non prendere atto del fatto che, a fronte di una fuga di cervelli
dall’Italia, ve n’è una altrettanto vigorosa che conduce all’Italia
stessa i cittadini di Paesi limitrofi? Perché non creare un’alleanza con
l’Uomo nero, che tanto ha terrorizzato generazioni i bambini di ieri
per il sol fatto di essere un uomo diverso?
Immagino una start up
governata dall’Uomo nero, dal passato controverso e dalle origini
guerrafondaie. Un uomo che, giunto in Italia, possa essere messo nella
condizione di imparare ciò che il suo Paese non gli ha insegnato.
Alfabetizzazione prima di tutto. Quindi scuola dell’obbligo e studi
universitari, corsi di formazione e - un impegno - quello
dell’accettazione dell’Altro, senza contestazione di credi ed
orientamenti. A condizioni di reciprocità. Il problema non è quello del
crocefisso in classe o dell’uso del burka: chi sceglie di entrare in un
Paese ne segue le vicissitudini e vi si lega nel rispetto di una storia
che non va mutata. Ma l’accoglienza dell’Uomo nero, affiancata da
un’educazione civica e laica che lasci prevalere i valori sulle credenze
e sulle prese di posizione, può cambiare il nostro mondo. Può cambiare
finanche noi stessi.
Non è forse vero che l’italiano si lamenta in
continuazione dei suoi governanti, delle istituzioni, del vicino di
casa? Non appartiene allora, tale atteggiamento, ad un’abitudine
conclamata, quella volta all’insoddisfazione e alla eteropercezione del
pericolo e della responsabilità? E i governanti, le istituzioni, il
vicino di casa, non sono forse, nella proporzione più plausibile,
italiani, bianchi, dialettali? Cosa c’è di sbagliato, dunque, a fare uno
sforzo quasi extraterrestre - ossia uno sforzo che, pur dovendo
impiegare centinaia di anni per giungere a compimento, richieda invece
pochi lustri, un’età quasi astrale in un pianeta dove il tempo corre
diversamente - e accettare l’Uomo nero proprio come si accetta il «colpo
di Governo» di un fiorentino? Cosa distingue un fiorentino da un
siriano: la sicurezza ch’egli non compia un attentato? Perché: non lo ha
forse, in un certo qual senso, compiuto?
E perché non cominciare
dai bambini? I quali sono aperti ad ogni forma di società e di
apprendimento. Disfano questo processo di legittimazione delle diversità
i genitori che in un Paese straniero, accogliente, pretendono di
mantenere abitudini e credi dei propri universi di provenienza. Come se
un asiatico volesse trasferirsi in Groenlandia mantenendo i vestiti
tailandesi: in poco tempo, morirebbe di freddo. Prendiamone atto. Un
valdostano non potrebbe trasferirsi a Rio de Janeiro indossando il
consueto pellicciotto. Perché ciò non dovrebbe valere per la religione?
Perché la coesistenza di razze deve seguire il destino dell’utopia?
Perché non ipotizzare una struttura in grado di fare della diversità un
valore aggiunto? In uno spazio-tempo in cui, attraverso i social
network, la parola «amicizia» è divenuta un contenitore vuoto, quando
nello stesso istante con un click si partecipa ai funerali di Fidel
Castro, alla vittoria di Donald Trump e alla morte di un’intera squadra
di calcio brasiliana a seguito di un disastro aereo, possiamo veramente
continuare a credere che l’Uomo nero sia così cattivo? (Romina Ciuffa)
Ciò che innanzitutto colpisce di Monica Cirinnà,
senatrice (per il momento) del Partito democratico, è il suo avvio
cattolico in una famiglia di valori conservatori, tanto da frequentare
una scuola di suore della Capitale. Suore che non sapevano che quella
Monica avrebbe poi condotto la battaglia per le coppie omosessuali che,
l’11 maggio 2016, sarebbe divenuta normativa attraverso il decreto legge
che prende il suo nome, intitolato “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”,
introducendo l’unione civile tra omosessuali
quale specifica formazione sociale e la disciplina sulla convivenza di fatto
sia gay che etero. Già dai tempi delle suore la Cirinnà decise di
trasferirsi al Liceo Classico "Tacito" di Roma, partecipando al
movimento studentesco e, nel tempo, facendo proprie le istanze
animaliste: dopo alcuni anni di collaborazione alla cattedra di
Procedura Penale di Franco Cordero, è stata lei a fondare l'Arca,
l'Associazione romana per la cura degli animali, "con l'obiettivo di
prendersi cura delle colonie feline e dei gatti e di assistere i loro
amici umani - a Roma detti gattari - in tutte le situazioni
difficili", oltre ad aver combattuto per l'approvazione, poi avvenuta,
di una legge che anche in Italia vietasse la soppressione di cani e
gatti nei canili comunali (di questo periodo, e in veste di Verde, la
nomina, ad opera del sindaco Francesco Rutelli, come consigliera
delegata alle Politiche per i diritti degli animali e vicepresidente
della Commissione Ambiente). Fin qui tutto bene. Tutto bene anche nella
sua successiva nomina come presidente della Commissione delle Elette,
legata ai problemi connessi ai diritti delle donne e alla valorizzazione
della differenza di genere, e partecipando alla nascita della Casa
Internazionale delle Donne, nel complesso monumentale del Buon Pastore
di Trastevere a Roma. È suo il contributo per la trasformazione dello
zoo di Roma in Bioparco, come quello per la creazione dell'oasi felina
in luogo del vecchio canile di Porta Portese e per l'emanazione
(reggente Walter Veltroni) del Regolamento capitolino per la tutela
degli animali.
Icona gay, a questo punto. E se gli animali potessero parlare, probabilmente anche icona animale.
Il popolo LGBT ha bisogno di punti di riferimento, ed è indubbio che il
Partito democratico ha svolto, nella sua persona e - perché negarlo -
in quella del precedente sindaco capitolino Ignazio Marino,
nonché in altri sporadici personaggi, un lavoro ineccepibile, che ha
portato l'Italia quasi ai livelli europei. Ora è possibile per gli
omosessuali, nonché per i conviventi more uxorio, fare liste di "nozze", mutata mutandis
liste di "unioni civili", nei negozi vicini al Campidoglio: al centro
di Roma, insomma. E questo non è poco. Grati a quei "rivoluzionari"
della sinistra che hanno lottato per avvicinare l'Italia all'Europa e al
mondo anche dal punto di vista delle scelte sessuali e famigliari,
andando oltre una Costituzione dalla lettura cattolica. Perché, vorrei
ricordarlo, il nostro testo fondamentale all'art. 29 stabilisce, tra i
principii fondamentali, il seguente dettato:
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei
coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità
familiare
Specifico: non
v'è nessun riferimento alla religione. È riconosciuta una famiglia
fondata sul matrimonio. Il punto qui è dare al matrimonio una
definizione. Se in esso includiamo, infatti, la possibilità che esso si
svolga tra persone appartenenti allo stesso sesso, allora la norma
dell'art. 29 tutelerà anche questa tipologia matrimoniale e garantirà ai
coniugi (a quel punto, sostantivo neutro) eguaglianza morale e
giuridica. Il problema legato all'art. 29 Cost. è proprio quello del suo
collocamento all'interno di un sistema più vasto che definisce la
famiglia solo in un certo modo. Il merito della Cirinnà (leggasi:
di tutti coloro che hanno partecipato alla proposta, discussione,
emanazione del decreto portante il suo nome, ben lungi dall'essere una
battaglia personale della senatrice come l'uomo di strada è portato a
credere ma frutto di un'attività complessa e partecipata) è quello di
aver dato al concetto di famiglia un'accezione più amplia, al concetto di matrimonio una interpretazione moderna.
O
preferisco dire antica, se è vero che sin dai Greci, dai Latini, dai
nostri antenati più lontani, l'omosessualità era moderna, la vita
eterosessuale era concepita nel senso di una vita riproduttiva e non era
legata necessariamente al concetto di amore, giacché le coppie
matrimoniali erano formate dai genitori alla nascita dei pargoli ed a
questi imposte, e - è cosa nota - gli uomini erano tenuti a far pratica
sessuale con i fanciulli per potersi far trovare pronti ad una vita sessuale. Ce ne parlano Erodoto, Senofonte, Platone,
quanti altri, dei quali non possiamo solo prendere ciò che ci fa
comodo: le Storie del primo; le pratiche di guerra del secondo; l'amor
platonico, la giustizia, la teoria delle idee, la filosofia del terzo.
Non possiamo soprassedere alla allor comune pederastia di cui
essi ci rendono edotti (da non confondere con la "nostra" pedofilia, la
pederastia assecondava una relazione stabilita tra una persona adulta e
un adolescente al di fuori dell'ambito familiare, che prescindeva dal
desiderio sessuale nei confronti di un impubere: il sessuologo Erwin J.
Haeberle ne critica così l'uso "moderno, risultante da un
fraintendimento del termine originale e dall'ignoranza nei riguardi
delle sue più profonde implicazioni storiche"). Il ragazzo apprendeva
virtù che avrebbero fatto di lui un uomo adulto
durante un periodo di isolamento in cui avrebbe convissuto con un uomo,
nella cui compagnia era introdotto alle regole della vita
sociale: l'adulto sarebbe stato al tempo stesso maestro e amante.
Antichità.
Tornando alle nostre modernità, e senza entrare nel merito della discussione, la Costituzione non definisce il sesso dei coniugi.
Lo fa il Codice civile, ma esso è legge ordinaria, proprio come il
decreto Cirinnà di pari livello, con le conseguenze che ne derivano e
che saranno anche definite dalla giurisprudenza che produrremo (non
mancheranno giudizi dinnanzi alla Corte costituzionale).
Fin qui tutto bene. Il problema non è nel precipitare, ma nell'atterrare.
Io
capisco, e sono perfettamente consapevole, che l'impegno politico non è
discutibile. Senatrice del PD, renziana, Cirinnà non può non appoggiare
le scelte del suo Segretario. Il punto deteriore, a mio parere, è la strumentalizzazione.
In campagna referendaria, fortunatamente volta al termine, tutto è
concesso, ed è normale il suo appoggio al Sì. Ciò che mi permetto di non
condividere, e che di fatto non condivido, è l'aver fatto dei LBGT un esercito per la riforma costituzionale.
Lunghi post sui suoi canali di social network dando per scontato il
voto della "sua" comunità-esercito per un Sì, anche strumentalizzando il
"sì" matrimoniale in funzione della campagna renziana. Il motto "Basta
un sì"si affianca in via strumentale all'immagine di una coppia
omosessuale che ha potuto, grazie al Ddl Cirinnà, "dire sì": ma è un
"sì, lo voglio". Voglio sposare la persona che amo.
Non è la stessa cosa. Il
popolo LGBT deve poter votare sì o no formandosi una coscienza
personale che prescinda dalla possibilità, attualmente concessagli, di
fare pubblicazioni in Campidoglio. Non è la stessa cosa modificare
drasticamente la Costituzione e, intanto, formarsi una famiglia. Sono
due punti che vanno completamente scissi e ragionati in termini di
riflessione personale. Non si può votare Sì perché Vladimir Luxuria
voterà Sì, o perché la condottiera Cirinnà ha fatto proseliti. La legge
che ella ha contribuito ad emanare (rectius decreto legge) è un
atto di eguaglianza e di equità, l'applicazione pura e semplice del
secondo comma dell'art. 3 del nostro testo costituzionale che impone
alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al
pragmatismo e alla concretezza di un'eguaglianza formalmente canonizzata
nel primo comma (per questo i due dettati sono conosciuti come, il
primo, principio di uguaglianza formale, il secondo, principio di
uguaglianza sostanziale). In poche parole, un "atto dovuto" da un
politico che sente il mondo.
Questa
riforma non ha nulla a che vedere, direttamente o indirettamente, con
la popolazione LGBT. Fare seguaci ed attirare masse gay e transgender
verso il Sì renziano con la ridondanza del motto "Basta un Sì" impiegato per la legalizzazione delle coppie civili è una manovra politica di basso livello-sebbene
di alto impatto, se è vero che la maggior parte di essi voterà proprio
in senso positivo alla sostituzione costituzionale. Bisogna imparare a comprendere quando si è strumenti di un gioco più grande, più infido, più infimo, sottile, sbagliato. Negli
Stati Uniti è in questo modo che ha vinto Donald Trump: manovrando il
populismo, l'ignoranza, la necessità di essere rappresentati e di
appoggiare chi sembra essere più simile. Ancora: l'impiego dei social
network, l'appoggio dei media, l'importanza di chiamarsi Ernesto ed
essere sposato con Ernesto2. Sentirsi rappresentati non comporta la
condivisione sic et simpliciter delle idee del rappresentante, ci vuole riflessione reale: l'importanza di chiamarsi Onesto (è di Oscar Wilde stesso il doppio senso su "earnest", Ernesto ed onesto).
La modifica della Costituzione non si gioca sull'orientamento sessuale.
È umiliante vedere costruire, da parte del PD, truppe di omosessuali
pronti a combattere per la causa partitodemocratica, solo perché la
Cirinnà con la sua chioma bionda monta un cavallo bianco.
Questa
strumentalizzazione, cara Monica, la riporta a quel collegio di suore
lontano nel tempo, dal quale lei scappò per studiare l'umanesimo al
Tacito di Roma. Sa quando le suore usavano la religione per indicarle i
passi da seguire? Ricorda i sensi di colpa che le muovevano? Sa dirmi
quante volte si è chiesta, con fastidio, astio o almeno curiosità
morbosa, perché esse vestissero tutte uguali e lasciassero da parte ogni
istanza identitaria, ogni modalità di identificazione di se stesse
rispetto alle altre, per seguire Dio?
Monica,
non è quello che sta facendo ora con la comunità LGBT? Vuole davvero
strumentalizzare la religione dei diritti per rendere tutti i suoi
proseliti identici, persone che vogliono sposarsi pure loro, che
vogliono adottare figli pure loro, che vogliono farne pure loro, che
vogliono usare bagni giustificati sul gender, senza attribuire ai medesimi una taratura di uomini e donne intelligenti, in grado di
pensare, riflettere, scegliere a prescindere dal suo decreto legge;
vuole di fatto lei stessa - una "paladina" - renderli tutti
identificabili con un unico scopo: il suo? (Romina Ciuffa)
Lo ammetto. Mi sveglio con una sana e robusta paura. Apro gli occhi tutte le mattine come trasformata in un grosso insetto, tardo a riconoscermi, a volte attendo qualche minuto prima di dare un'occhiata al mio riflesso proiettato, che è distante dalla mia introiezione. Si tratta di quel senso di alienazione e non appartenenza al luogo che mi ospita, che è mio, al letto da condividere, che è mio, e all'esistenza che mi attraversa, che è mia. Un senso di alienazione e di non appartenenza generato dal soprassalto al mondo che vivo, che non è mio. "E si mise all'opera per spostare, con una oscillazione sempre uniforme, il corpo in tutta la sua lunghezza fuori del letto. Lasciandosi cadere in questa maniera, il capo, che cadendo voleva tenere ben sollevato, doveva rimanere logicamente illeso. La schiena sembrava essere dura, e cadendo sul tappeto non si sarebbe forse danneggiata. La preoccupazione più grave era per lo schianto che sarebbe avvenuto (...)" (Franz Kafka, La metamorfosi). Il risveglio e l'incontro con l'inconscio notturno. Lo schianto occidentale più operativo nella metamorfosi quotidiana è lavoro-amore. E un teorema: quando si ha l'amore il lavoro passa in secondo piano; quando si ha il lavoro, metti da parte l'amore, arriverà. Dedicati totalmente al lavoro. Qualcosa tipo:
Quoto integralmente la madre di Phil Collins, non si aspetti l'amore. Nel frattempo la società ci dice: "Vattene!", e noi prendiamo esempio da Stoccolma fino al Nebraska, per dire: me ne vado (poi però restiamo). Non è una colpa, è il mondo che va avanti, che ci insegna che, come animali, dopo lo svezzamento dobbiamo renderci responsabili. Giusto (negli altri Paesi), sebbene perfettibile (nel nostro). Ma perché allora, quando ti svegli con la paura, pensi sempre a casa?Perché non vi sono punti di riferimento.
Vorrei in questa sede approfondire il rapporto lavoro-amore per dare conto della dipendenza affettiva che va accentuandosi non più come una intrinseca, leggera, essenziale dote dell'amore, bensì come disturbo psichiatrico tra le fila di giovani e adulti. Non più come un virtuosismo romantico, ma come un mea culpa che tormenta chi non crede all'amore libero. Una dipendenza affettiva che, nata sana, via via si è trasformata - metamorfosi kafkiana - in quello scarafaggio che sostituisce una mattina il giovane Gregor Samsa. La dipendenza affettiva così va prendendo qui e là le forme di un disturbo bipolare in bilico tra episodi maniacali e depressivi, un disturbo depressivo maggiore, una distimia, un disturbo ossessivo-compulsivo, un disturbo psicosomatico. Anche in comorbilità. Mi fermo a questi cinque, elencati con chiarezza dal DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali maggiormente in uso tra psicologi e psichiatri, pur non essendo esaustivi.Siffatta metamorfizzazione del fenomeno amoroso in disturbo psichiatrico sottopelle è il frutto, innanzitutto, della nostra nuova società.
Il discorso è italiano. Il lavoro: carente. Quando presente, sottopagato. Quando pagato, a termine. Proprio lui, che dovrebbe essere "dipendente", non lo è. Quest'assenza di lavoro dipendente si trasforma nella presenza di amore dipendente. Primaria fonte non di guadagno bensì di insoddisfazioni e frustrazioni, il (non)lavoro è, in Italia, la panacea dei mali. Faccio riferimento ai giovani e agli adulti, pur sottolineando che i primi hanno una marcia in più potendo accedere a un numero maggiore e più variegato di incarichi e mansioni che un adulto non può né deve accettare (come si può chiedere ad un ricercatore ultraquarantenne di fare il cameriere in un bar?). Senza tacere il fattore "speranza", tradotto in termini politico-economici come "aspettativa di vita": il giovane ha più tempo davanti a sé ed una minore responsabilizzazione dettata dall'età, vuole viaggiare, intende e deve sperimentare, ha meno ambizioni specifiche in quanto più libero, non ha ancora investito gran parte della propria vita in un progetto unico. Sotto il profilo dell'amore, ha bisogno e curiosità di fare esperienze, tende a dimenticare facilmente una storia finita o a lasciarsi alle spalle ottime opportunità romantiche perché non le vive come tali, preso a guardare avanti. È abituato a un lavoro intercambiabile, sa che la laurea è un pezzo di carta disfunzionale, conosce i linguaggi di programmazione del computer e vive in chat. Ha un collo da giraffa e mangia solo le foglie più alte degli alberi. L'adulto è stanco, fisicamente e psicologicamente: assiste ai cambiamenti del corpo, ha già ascoltato troppi politici parlare, ha assistito alla franca ingiustizia dei licenziamenti, nella migliore delle ipotesi ha rifiutato la cocaina che gli è stata offerta, è solo. Il collo è quello dello struzzo, che nasconde sotto terra sebbene lo abbia ben lungo e abile.
Prendiamo l'orologio biologico, ingestibile strumento di cui ci ha dotati il nostro dna. Una donna trascorre la decade trentenaria sentendosi domandare: "A quando un figlio?", ne compie 40 e si autointerroga: "Dovrei farlo? Non sono pronta, ma dovrei farlo?", verso i 45 giunge a Barcellona e programma una inseminazione artificiale, quando non rinuncia alla maternità o non accetta altro compromesso. Tic tac. Gli uomini non sono messi meglio. Hanno indubbiamente più età per fare figli, nessun orologio biologico al polso, ma non credono nella filiarità e più frequentemente optano per la libertà. La maggior parte di essi si lascia lasciare dalla storica compagna ormai quarantenne che preme per una gravidanza. "Noi sessualmente eravamo affamati, i giovani d'oggi non lo sono più. Noi le portavamo a ballare", sento dire in un bar. Le coppie omosessualisono le più favorite. Sebbene si debbano formare e mantenere unite, come tutte le altre. Ma per loro, libertà è fare un figlio, esattamente l'opposto della coppia eterosessuale: l'avvicinamento di un diritto mai prima riconosciuto lo rende favorito. Lo stesso valga per il matrimonio, ora possibile anche in Italia, che lo rende più appetibile alla coppia gay che non alla coppia classica.
Tic tac. La dipendenza affettiva si crea una volta che si afferri la paura di rimanere soli, e ciò solitamente avviene con il passaggio ad un'età più adulta. Non andremo a riprendere Freud, non andremo a cercare nel padre la causa di un vuoto affettivo o nella madre l'impossibilità a vivere rapporti autentici. Più semplicemente, in un discorso sociologico che colloca la persona all'interno di un mondo relazionale, la dipendenza affettiva si crea per l'assenza di sicurezze nell'attualità, di relazioni vere, complete, durature, stabili, protettive, non virtuali. Il mestiere più ricco è appannaggio dello psichiatra, lo psicoterapeuta perde alcuni colpi non potendo prescrivere farmaci che ad oggi sono un must. V'è necessità di cambiare presto le cose con un serotoninergico, ingollare ansiolitici, usare un toccasana. Chi è contrario ai farmaci si iscrive a yoga, meditazione, prende ayahuasca, mangia bio, usa Fiori di Bach. Non è così che devono andare le cose. È l'alba dei morti viventi: si cammina per le strade senza una meta affettiva effettiva, vera, zombie che soffrono dipendenze affettive e svolgono lavori non consoni. L'impossibilità di reagire ad una relazione finita, o terminare una storia, buttarsi a capofitto nel lavoro perché assente o non satisfattorio, accentua la problematicità del fenomeno. L'amore non è corrisposto. Non è corrisposto da parte dello Stato, che non ci ama.
La società di internet ha peggiorato il quadro in maniera esponenziale, conferendo a tutti le basi ideali per divenire ossessivo-compulsivi da manuale: il controllo via Facebook dei profili, la scansione precisa dei "mi piace" e, prima fra tutti, la "spunta blu", ossia la "visualizzazione" su WhatsApp, macchina infernale creata dal Diavolo, che dà conto del fatto che la persona destinataria di un messaggio lo abbia letto, i tempi trascorsi prima che si sia risposto. L'online è la causa primaria della malattia affettiva di questo millennio. "Gettati a capofitto sul lavoro". Ma prima, per liberarti dalle dipendenze affettive, sciogliti dall'incontinenza virtuale, slaccia i nodi nautici del porto per navigare in modo etimologico, con una navis, la nave latina, e non in modo virtuale, con un computer. Impara ad attendere, come un capitano di mare, e che l'unica spunta blu sia un'onda del mare. Non sottovalutarti. Non ascoltare nemmeno chi dice: "Se non ti ama non ti merita", perché dall'altro lato come da questo c'è chi ha paura e necessita di tempo. L'amore libero non esiste, fantascienza del nuovo millennio che ha generato mostri di indipendenza pur di sopperire all'assenza di sicurezze, i mostri del "non ho bisogno di nessuno". L'oggetto dell'amore tornerà, se lo si ama ancora; è lo Stato che non tornerà.
Si tratta del sesto e settimo degli stadi di sviluppo psicosociale elaborati dallo psicanalista Erik Erikson. Nel sesto stadio, l'età giovanile, v'è una contrapposizione tra intimità ed isolamento: un corretto sviluppo tende verso la prima. Il giovane avverte la necessità di una relazione intima appagante (passione, amore, progetto di vita, amicizia); ove non riesca a trovare l'intimità eriksoniana, vivrà un forte senso di isolamento e solitudine. Questo complicherà il passaggio al settimo stadio, quello dell'età adulta, in cui la contrapposizione è tra i due poli generatività-stagnazione: la crisi che la persona è chiamata a superare in questa difficile fase
riguarda la procreazione, non intesa solo in senso
letterale bensì ampliata alla
necessità intrinsecamente umana di lasciare qualcosa alle generazioni successive (con un mestiere quale scrittore, insegnante, ricercatore, artista et altera).
La procreazione consiste nella realizzazione personale a fini futuristici, sia essa di tipo lavorativo sia essa di tipo filiare, sempre nel senso dell'offrire un contributo che favorirà le nuove generazioni, per avere una continuità individuale postuma che dia senso all'attuale e una trascendentalità alla vita. L'insuccesso in questo compito di sviluppo porterà a sperimentare un senso di stagnazione, immobilità e inutilità riferita alla propria
esistenza. Ed ecco, l'adulto è depresso.
Procreazione dunque nel senso di generazione. Lavoro e amore sono strettamente collegati e il problema della dipendenza affettiva non può essere scisso dal dramma esistenziale del proprio contributo professionale, artistico, lavorativo. Per superare uno stato di dipendenza affettiva, l'ossessione verso un oggetto d'amore, è necessario sviluppare generatività in altri settori. Ciò non è facile se il problema è già divenuto disturbo, sia esso mania, depressione, ossessione, somatoformazione. Generatività in Italia è impossibile. Nel nuovo adulto l'orologio biologico non batte solo o per forza il tempo della genitorialità, ma anche quello della pro-creatività, il senso di sentirsi validamente esistenti, la percezione della propria funzionalità nella società, la fiducia nelle istituzioni e nelle persone, la tensione verso un futuro sereno, il sentimento di protezione verso se stessi e verso l'altro, uno stipendio. Una volta venuti a mancare tali tasselli - perché il primo a non amare l'uomo è lo Stato, il secondo a non amarlo è se stesso - si passerà all'ottavo stadio di psicosviluppo, che vede contrapporsi i due poli integrità dell'io-disperazione: pericoloso momento di un bilancio al quale anche la Corte dei Conti dovrebbe partecipare, essendo, nella mia teoria, lo Stato chiamato in causa direttamente nella crisi affettiva dilagante, nel senso dell'amor non corrisposto.
Come si può spostare un oggetto d'amore desiderato su altro se, amando l'Italia, lei non ci corrisponde? La nostra dipendenza affettiva nei suoi riguardi supera la normalità e diviene patologia, che viene spostata sul legame in campo strettamente sentimentale; spostamento che pregiudica la formazione di legami stabili, duraturi, sani, verso i quali si ha una proiezione dell'instabilità introiettata.Tale dipendenza scatena due vie: la necessità di fuga o, all'estremo opposto, la soluzione di figliare per dare un senso alla vita e creare un legame affettivo stabile in quanto di sangue. Proprio per questo quando si ha paura si tende a tornare a casa, perché è lì che sono i legami sanguinei. Come in amore l'idealizzazione partecipa di questo processo. Noi non amiamo questa Italia, bensì l'Italia di Michelangelo, Bernini, l'Italia dei borghi, l'odore dei camini accesi, l'agriturismo, Asiago, Mondello, vera e propria idealizzazione simile a quella che operiamo pensando alla persona che amiamo non più corrisposti, focalizzandoci nostalgicamente sui momenti di gloria di quella relazione. La storia con il nostro Paese è finita, ma possiamo recuperare la nostra forza per amare qualcun altro. Tanto che da quando è stato promulgato il divorzio breve, è aumentato il numero di matrimoni civili, a fini pensionistici e per tutelare i figli: possiamo divorziare con il nostro Paese? Possiamo smettere di amarlo non corrisposti?
Quando si sveglia da insetto, Gregor se ne rende conto eppure ilprimo pensiero del nuovo scarafaggio va comunque alla sua vita, a quanto essa sia priva di autentiche gioie. Non pensa a ciò che è diventato, un gigantesco, orrido mostro, ma all'inutilità di se stesso, l'inutilità di Gregor uomo. Quindi, guarda l'orologio a muro e si accorge di aver dormito troppo, che ha fretta. Tic tac. (Romina Ciuffa)